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Sanremo, il Festival e la Belle Époque
Sanremo con la chiesa ortodossa e quel che resta della nobiltà russa
Sanremo, che ci arrivano pedalando, il primo giorno di primavera
Sanremo… davvero tu vorresti essere una grande, ma devi sgomitare con Nice e Monacò
Sanremo che preservi le tradizioni, ma poi sono asiatici quelli che ti servono il pesto ai tavoli
Sanremo, che dove passava il treno, ora ci pedaliamo fischiettando.
Oh, ma… Sanremo o San Remo?
Scendiamo appunto a Sanremo, in una villa antica, che con quell’accanto sono diventate una struttura ricettiva. Siamo proprio dietro la Chiesa Russa Ortodossa, quindi una buonissima posizione. Ne facciamo il nostro “quartier generale”, per le scorribande sulla costa, tra Italia e Francia.
Come in “To Catch a Thief” con Grace Kelly e Cary Grant, oggi con le nostre bici vogliamo misurarci con la Corniche. Per loro fu, anche tragicamente in seguito per la Kelly, la Moyenne, per noi sarà la più alta, la Grande Corniche. Poi torneremo dalla Basse, au bord de la mère.
Partiamo da Mentone, che chissà perché, ho sempre snobbato, forse ritenendola troppo italiana. Invece è splendida.
Temperatura intorno ai 32°C., sull’asfalto sono almeno 40°C., percepita più di 50°C. Sudiamo come delle fontane, pedalando sotto il sole, ma stando sempre attenti a non farci schiacciare da qualche mezzo pesante, che nonostante il divieto, rombano sui tornanti che ci porteranno a La Tourbie.
Una volta raggiunta, siamo così disidratati che dobbiamo fare sosta in un bar per reintrodurre tutti i liquidi con cui abbiamo annaffiato l’asfalto.
Arrivati in cima, vedendoci arrivare con le nostre mountain bike, le borse sui lati e così provati dal caldo, ci ha battuto le mani persino la Police Nationale, in assetto di guerra ad un incrocio, per uno dei frequenti controlli, penso contro l’immigrazione clandestina.
Foto con il Trofeo delle Alpi e via verso Eze dove mangiamo tra le mura roventi dei vicoli medioevali.
Poi giù a rotta di collo per la discesa verso Nizza, che dall’alto appare enorme, c’è un mondo a monte della Promenade.
Nel tornare attraversiamo tutte le località della costa, per poi affrontare il taglio del Principato di Monaco. Non appena varcato il confine, un vigile mi blocca e mi intima di mettere la maglietta, che mi ero levato per sopportare il caldo africano di questi giorni. Per raggiungere il Casinò dobbiamo spingere le bici a mano sulla salita, c’è una concentrazione di supercar, influencer e curiosi accorsi qui per vedere la massima rappresentazione del lusso. Tutta questa ricchezza ostentata mi fa solo pensare a quanti schiavi, uomini incaricati dei lavori più umili, servi e inservienti, donne delle pulizie, ecc. servano per tenere in piedi questa stucchevole pantomima. Ma io penso male… come quando si parla dell’Antica Roma, io non la collego con chi andava alle terme, ai senatori, ai fini oratori o ai generali, ma a tutti gli schiavi e gli sconfitti che la tenevano in piedi con i loro sacrifici.
Infine, ritroviamo Mentone, stanca da una giornata di mare, che si rifà il trucco per la sera, con la gente che ancora indugia in spiaggia. Ormai è tardi, ci fermiamo qui per la cena, dove non mi fanno parlare in francese e mi rispondono in italiano.
Dovevamo per forza percorrere anche la ciclabile finalmente completata, che ora va da Ospedaletti ad Andora, per un totale di ben 45 chilometri. Un percorso che si snoda quasi tutto a bordo del mare, ricavato nella quasi totalità dal tracciato della vecchia ferrovia ora dislocata più a monte. Da Imperia a Diano Marina hanno invece sfruttato la strada litoranea mai completata, chiamata appunto l’Incompiuta, che nonostante i vari tentativi, non fu mai portata a termine per le frequenti frane che la bersagliavano.
Nelle gallerie appena aperte al passaggio di bicilette e persone, si vedono ancora sui muri quelle strisce bianche che salgono e scendono, da una nicchia di salvataggio all’altra. Da bambino, nei miei lunghi e noiosi viaggi in treno, col nasco schiacciato sul vetro del mio scompartimento, quando si entrava in galleria e molto spesso non si accendeva la luce, mi perdevo nel seguirle: su e giù senza fine.
Questa ciclabile della “Riviera dei Fiori” è un qualcosa di meraviglioso. Poter pedalare per 90 chilometri, tra andata e ritorno, in Liguria, senza doversi preoccupare che qualche auto o camion ti possa schiacciare contro un guardrail, è quasi un miracolo realizzato.
È molto usata per accedere alle varie località marine, per muoversi da un comune litoraneo all’altro, per allenarsi in bici o di corsa a piedi, in rollerblade, skateboard o monopattino, magari semplicemente per farsi due passi in tranquillità.
Bisognerebbe farne tesoro a livello nazionale di quanto fatto qui, per rendere il turismo più fruibile e il traffico locale meno congestionato.
Al ritorno facciamo una deviazione, ci stacchiamo dalla ciclovia per fermarci a Lorenzo al Mare e mangiarci un bel gelato e rinfrescarci da questo sole assassino. Sono quasi le cinque ma la giornata balneare è ora nel suo clou. Ci sono i soliti bellimbusti che vagano tra spiaggia e paese con sigaretta e telefonino all’orecchio, facendo conoscere le loro squallide vite un po' a tutti, con la pelle scarabocchiata di tatuaggi, come frusti Block-notes su due gambe. Poi ragazzini che si muovono quasi fossero delle orde di invasori mongoli. Tirano pallonate dalla battigia alla piazza, abbattendo persone e cose come birilli. Tra loro bambine e ragazzine che provano mossette e balletti per poi postarle in rete. Alcune mettono invece in mostra ciò che pensano più le valorizzi, dalle tette nuove di chirurgo ai culi, alti e tondi, forgiati in lunghe sedute invernali nelle palestre metropolitane. Noi, seduti nella piazzetta, siamo alle prese con due belle brioche farcite di gelato, saranno la benzina per pedalare sino a Sanremo. Con la bocca piena, osserviamo attoniti questo bazar, perché come diceva Bukowski, la gente è il più bello spettacolo del mondo e non si paga neanche il biglietto.
Ma improvvisamente, in questa Sodoma e Gomorra, irrompe inaspettata una processione religiosa guidata dagli appartenenti alla Confraternita locale. In sudicie e consunte, forse una volta bianche, lunghe tonache, incedono solenni, non curandosi della gente intorno che si apre per farli passare. Il tempo non ha avuto pietà, questi vecchi ormai decrepiti trascinano i piedi vinti dal caldo, che è infernale nonostante la sacralità della rappresentazione. Qualcuno reca con sé delle casse dall’alto impatto di decibel, che diffondono la voce di un sacerdote in versione rockstar che segue i derelitti con la cotta e i paramenti delle feste. Con le labbra attaccate al microfono, canta le solite canzoni da chiesa, quelle che tutti abbiamo imparato forzatamente nelle nostre domeniche di cattività a messa.
Segue poi la statua della Madonna, il confalone del Comune, il sindaco, un ex yuppie, e i soliti alpini, (ché fanno sempre colore), poi le signore bene e qualche bambino annoiato. Una volta passati, resta solo un imbarazzato e irreale silenzio, ma poi tutto ritorna come prima e la piazza dimentica la processione.
La ciclabile è comoda anche per muoversi da una spiaggia all’altra o per raggiungere le scogliere più isolate. Dall’alto, sulla tua sella, scegli la striscia di sabbia o la caletta che più ti aggrada. Leghi la bici a qualche palo o ringhiera e velocemente ti stravacchi sotto il sole, spalmato sul tuo asciugamano come la maionese su una fetta di pancarré. Vanessa ha comprato anche un piccolo ombrellone, che lega alla canna della bici, così possiamo sopportare il sole che vuole portare a cottura il nostro cervello.
Così carichi, tra borse e ombrellone, facciamo simpatia. Quelli tutti tirati, con le bici da corsa e le maglie replica delle squadre ProTour, avverto che non riscuotono la stessa popolarità nella gente. Anni fa ero pure io uno di quelli, correvo come un matto, senza guardarmi in giro e godere dei paesaggi. Poi Vanessa mi ha fatto scoprire il ritmo lento e godurioso del cicloturismo.
La Liguria è fatta di tanti bei borghi, ma specialmente qui nel Ponente, ci sono anche orrendi palazzi, tirati tu senza gusto. Sorti nel boom del dopoguerra, poi nella seconda ondata, quella della Milano da bere e più recentemente nella follia dei governatori locali, hanno soprattutto invaso i greti dei fiumi che ora non sanno più dove allargarsi in caso di piene. Ora questi distopici edifici hanno reso queste località marine, anonime e degradate. Nella Liguria rovente di questo luglio equatoriale, quando vedo tutti questi palazzi perlopiù vuoti, con le persiane chiuse, o peggio le tapparelle abbassate, ripenso alle mie estati di quando ero un bambino. In anonimi ed economici alloggi, che affittavamo in ordinarie palazzine, dietro a quelle imposte chiuse per difendersi dal solleone, c’ero io. Gli adulti, vinti dall’afa, erano stanchi e svogliati e i papà dormivano nei caldi pomeriggi, mentre le mamme erano sempre nervose e frustrate. Noi bambini, obbligati a stare in silenzio per non disturbare i padri ronfanti, ci annoiavano. Le prescritte 3 ore per fare il bagno, che decorrevano dalla fine dei banchetti consumati con i parenti, non passavano mai.
Quando alla fine abbiamo preso la pioggia, ormai in vista di Sanremo, neanche l’abbiamo sentita, tanto era caldo.